Marc Chesney: Mettere in discussione la crescita

Marc Chesney, professore all’Università di Zurigo, è convinto che la società «gravemente malata» possa guarire soltanto con un cambiamento radicale.

Di Marc Chesney, 29.03.2017
Foto, Frank Brüderli 

Antoinette Hunziker-Ebneter

Marc Chesney è professore all'Univesità di Zurigo e a capo del Dipartimento «Banking e finanza», nonché autore del libro «Dalla Grande Guerra alla crisi permanente», pubblicato nel 2016 presso Mimesis. È inoltre membro di «Kontrapunkt», un Consiglio di politica economica e sociale con sede a Basilea. 

Confrontati con crisi di natura finanziaria, economica, sociale o ecologica, i governi, le banche centrali e le istituzioni finanziarie internazionali conoscono generalmente solo un rimedio: la crescita, deus ex machina in grado di liberarci da ogni male. Questo è quanto ripetono a oltranza i loro rappresentanti e, d’altronde, ciò corrisponde a quanto appreso nelle aule universitarie o durante le formazioni successive. Per combattere la disoccupazione: la crescita! Per ridurre il debito: la crescita! Per essere rieletti: promettere la crescita, in modo da non compromettere le proprie chance! Questo dogma regna incontrastato e sembra fuori luogo metterlo in discussione.

Per una volta vogliamo osare e iniziamo con una diagnosi generale. La società è gravemente malata, è affetta da un cancro. Se un paziente che soffre di questa malattia viene misurato dal suo oncologo per stabilire se è cresciuto, dopo un’iniziale sorpresa, si chiederà se di fronte abbia veramente un medico!

L’indebitamento esplode

Per una persona o una società affette da cancro, la crescita significa una moltiplicazione delle cellule tumorali. Si tratterebbe quindi di individuare una terapia di contrasto e ciò richiede a sua volta un’analisi della situazione. L’economia attuale si basa sul dualismo debito-crescita. La prima componente sarebbe utile per stimolare la seconda e la crescita sarebbe necessaria per rimborsare una parte del debito.

Per come stanno ora le cose, la crescita in Occidente, in particolare in Europa, è molto debole e l’indebitamento esplode. A livello mondiale, il totale dei debiti rappresenta circa il 250 per cento del prodotto interno lordo (PIL) e cresce più rapidamente di quest’ultimo. La crescita richiede non solo un aumento insostenibile del debito, ma si basa anche su un altro fattore: l’obsolescenza programmata dei beni, concepiti per durare solo per un certo periodo, che stimola a consumare sempre più. La crescita tira avanti grazie a questi due fattori, entrambi contrari a uno sviluppo sostenibile e dignitoso.

Crescita, debito, inquinamento ambientale

Eppure, nel 19° secolo ad una crescita senza precedenti si sono affiancati veri progressi in settori quali la sanità, l’istruzione, la scienza e la produzione. Oggi invece, lo sviluppo sociale e la crescita economica sono spesso disgiunte. Quest’ultima va di pari passo con l’aumento dell’inquinamento ambientale, dei debiti e della finanza casinò. Ciononostante, l’assenza di crescita non è auspicabile.

Quando gli individui provano a svolgere il lavoro delle api

Due Paesi sono l’emblema di questo paradosso: la Cina, con una crescita ancora forte e la Grecia, con una crescita spesso negativa. La situazione sociale ed economica di quest’ultima è catastrofica e la Cina, dopo aver inizialmente recuperato terreno rispetto ai paesi dell’Occidente, deve ora far fronte ai loro stessi mali se non addirittura a mali peggiori. I danni causati dall’industrializzazione dell’agricoltura sono evidenti. In particolare, la moria di api ha portato a tentativi di impollinazione manuale, che rischiano di diffondersi a livello mondiale.

Se gli esseri umani sostituiscono le api, alcuni potrebbero sostenere che così si riduce la disoccupazione e si rilancia la crescita. In realtà, tentare di sostituirsi a una popolazione di insetti che svolge gratuitamente un compito essenziale per la nostra sopravvivenza non solo è irrealistico, ma dimostra anche la disgiunzione dell’economia dall’ambiente e dalla società, nonché l’assurdità del suo funzionamento attuale. Una crescita economica che si basa sulla distruzione della natura può soltanto portare a un disastro ecologico e sociale.

Quale sarebbe la soluzione del problema?

Le energie rinnovabili e le tecnologie pulite sono indubbiamente fondamentali, ma non basteranno. Ci vorrebbe un cambiamento radicale del nostro stile di vita. La nostra società ha bisogno di cittadini attivi in grado di trovare risposte alle sfide attuali, e non di individui infantilizzati da un marketing aggressivo che li spinge a consumare merce dozzinale e intrattenimento insulso.

I limiti, specialmente ambientali, della crescita devono essere identificati e riconosciuti. La questione della crescita è pluridimensionale. Riguarda non solo l’economia, ma anche l’ecologia, la biologia, la storia e la filosofia. Nessun essere vivente, nessuna società può crescere all’infinito. E ciò non sarebbe neanche auspicabile. La successione delle fasi di crescita, stabilizzazione e degenerazione è la norma. Per quest’ultima fase occorre un vero cambio di paradigma che dovrebbe essere l’obiettivo del nostro operato.

Puntare a valori qualitativi

Il «sempre più», espressione di quella bulimia che nutre il cancro attuale, dovrebbe essere sostituito dal «sufficiente» e «necessario» per vivere in modo ragionevole, decente e degno. In ultima analisi, l’obiettivo dovrebbe essere lo sviluppo, la realizzazione dell’essere umano e delle sue possibilità, cioè un valore qualitativo, e non un criterio quantitativo e riduzionistico come la crescita economica.

Questo articolo è già stato pubblicato sul „Der Bund“/“Tagesanzeiger“ e sul „Le Temps“.

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Ultima modifica 03.04.2017

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